Rigettiamo la normalizzazione (Marco 15:1-41)
Introduzione
Ci sono momenti nella storia che fanno davvero paura. Momenti in cui la crudeltà dell’essere umano appare così evidente da lasciarci smarriti, quasi increduli. Ci si chiede se ciò che stiamo vedendo sia reale oppure una sorta di rappresentazione distorta, se chi agisce lo faccia con piena consapevolezza o se prevalga un’inquietante indifferenza.
Mi ha colpito, ad esempio, la giornata della firma del trattato di pace tra Israele e i palestinesi, celebrata con toni trionfalistici e con grandi onori rivolti a Trump, presentato come il “pacificatore”. In quelle celebrazioni sembrava però passare in secondo piano la tragedia immensa che aveva preceduto quell’accordo, così come le responsabilità legate alle azioni del governo di Netanyahu e all’attentato terroristico di Hamas. Colpiva anche la presenza di leader autoritari come Abdel Al-Sisi, già al centro di accuse per gravi violazioni dei diritti umani, tra cui il caso di Giulio Regeni.
La sensazione è che oggi si tenda a “normalizzare” tutto, per mettere sullo stesso piano bene e male, vittima e carnefice, verità e menzogna. E così anche tragedie enormi rischiano di essere raccontate e assorbite come se fossero inevitabili, mentre il senso morale collettivo si indebolisce e l’indifferenza prende il sopravvento.
Questo brano ci obbliga con la sua drammaticità a non normalizzare la malvagità e ci indica almeno due piste per affrontarla in modo adeguato, poiché
in primo luogo
La malvagità deve essere riconosciuta e denunciata.
Questo brano ci mette davanti a responsabilità ben definite e a persone che agiscono con intenzioni chiare. I capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi, dopo aver perseguitato in vari modi Gesù, arrivano a farlo legare e a consegnarlo a Pilato perché venga condannato. Non si tratta di un gesto impulsivo, ma di una scelta meditata. Sono loro a orientare la folla, spingendola a chiedere la liberazione di Barabba, un uomo colpevole di omicidio, e a reclamare invece la crocifissione di Gesù, che non aveva commesso alcun crimine. La loro scelta è esplicita, poiché desiderano la sua morte.
Anche i soldati hanno una responsabilità precisa. Invece di limitarsi a eseguire un ordine, trasformano la sofferenza di Gesù in burla. Lo deridono, lo umiliano, gli sputano addosso e, mentre viene crocifisso, continuano a infierire su di lui, offrendogli una bevanda amara. Nel frattempo, si dividono le sue vesti tirandole a sorte e collocano sopra la croce l’iscrizione: “Il Re dei Giudei”, contribuendo a rendere pubblica e ancora più crudele quella scena.
C’è poi la responsabilità della folla. Chi passa davanti alla croce non si lascia toccare dal dolore di quell’uomo che soffre, ma lo insulta e lo provoca dicendo: “Salva te stesso e scendi dalla croce”. Anche nei suoi ultimi istanti, invece di avere compassione per Lui, Gesù riceve derisione e incredulità.
Davanti a tutto questo sorge una domanda inevitabile: come si può “normalizzare” un evento del genere? Come si può ridurre a qualcosa di ordinario la condanna e l’uccisione di un innocente che era venuto ad annunciare il Regno di Dio e a offrire la salvezza? Gesù non aveva cercato potere o violenza, ma aveva proclamato un regno fondato sulla grazia e sulla verità.
Nel corso della storia non sono mancati tentativi di attenuare la portata di questo evento, mettendo in discussione la vera identità di Cristo o spostando l’attenzione dalla vera natura del suo sacrificio. Anche oggi, quando si afferma che “siamo tutti fratelli” a prescindere da Cristo, si rischia di svuotare di significato la sua morte e resurrezione, come se non fossero decisive per affrontare il problema del peccato e della riconciliazione con Dio.
Gesù è venuto per chi riconosce di avere bisogno di perdono e di salvezza. Non per chi si ritiene autosufficiente, ma per chi sa di essere debole e peccatore. Per questo la domanda finale non può che essere personale: ti senti già giusto, autosufficiente, oppure riconosci di avere bisogno della sua grazia?
In secondo luogo,
2. La malvagità deve essere confessata e redenta.
In questa storia oltre ad esserci personaggi che hanno agito con una malvagità inaudita che non si può assolutamente normalizzare, ce ne sono altre che hanno agito secondo altre valutazioni. Il testo di Marco ci spiega che insieme a Gesù quel giorno sul Golgota furono crocifissi anche due ladroni (v. 27). Uno dei due come gli altri lo insultava dicendo: “Non sei il Cristo? Salva te stesso e noi!”. Mentre l’altro al contrario lo rimproverava dicendo: “Non hai nemmeno timore di Dio, tu che ti trovi nello stesso supplizio? Per noi è giusto tutto questo, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni, ma quest’uomo non ha fatto nulla di male”. E continuava dicendo ancora: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!”.
Mentre il primo ladrone lo tratta come un suo pari, meritevole della stessa pena che stavano subendo loro, l’altro lo riconosce innocente e non meritevole della stessa condanna e lo riconosce come il Re che Lui affermava di essere. Si riconosce inoltre di essere colpevole, si pente e gli chiede di ricordarsi di lui quando sarà nel suo regno. Questo ladrone aveva compreso di essere un peccatore perduto, che aveva bisogno di essere perdonato e salvato. Aveva riconosciuto Gesù come Dio, come Salvatore, come Signore e gli aveva chiesto perdono per i suoi peccati. Non cerca di normalizzare la sua malvagità e il suo peccato, non lo nasconde o ridurlo giustificandolo, ma lo riconosce, lo denuncia e lo confessa per avere la redenzione da Gesù. E Gesù gli promette che quello stesso giorno sarebbe stato insieme a Lui in paradiso.
Questo brano ci parla di una storia meravigliosa, quella di un ladrone che si rende conto della propria malvagità, del proprio peccato, della propria rovina e si pente chiedendo perdono. Un uomo che riconosce in Gesù l’unico che può perdonarlo, salvarlo e dargli la vita eterna. Noi eravamo come questo ladrone e abbiamo come lui confessato il nostro peccato, il bisogno di essere perdonati. Lo abbiamo riconosciuto come l’unico Salvatore che poteva darci il perdono e la salvezza.
Noi come questo ladrone eravamo perduti e senza Dio e siamo stati ritrovati da Lui per mezzo di questa crocifissione e resurrezione. Cosa che fa anche il centurione ai piedi della croce che, davanti al Gesù morente che grida: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” lo riconosce come il Figlio di Dio e il suo Salvatore. Un uomo che, pur avendo assistito e forse partecipato alle torture e alle sofferenze di Gesù si pente e trova in Lui la salvezza. Un uomo che veduto ciò che era accaduto, glorifica Dio dicendo: “Veramente, quest’uomo era giusto”.
Questo fu quello che quel giorno accadde: i capi religiosi, gli scribi, i soldati e la folla che hanno deriso Gesù lo hanno perseguitato, disconosciuto, rifiutato, ucciso. Altri come uno dei ladroni e il centurione che invece lo hanno riconosciuto e ricevuto come il proprio Salvatore.
Conclusione
Anche oggi molte persone cercano di giustificare o normalizzare il proprio peccato e le proprie fragilità, arrivando a ignorare o rifiutare Gesù, l’unico che può davvero guarire e salvare. Restano indifferenti al suo richiamo.
Altri invece lo riconoscono, non nascondono il proprio peccato ma lo affidano a Lui, e così trovano salvezza e trasformano la loro malvagità in amore.
E tu, cosa vuoi fare del tuo peccato? Vuoi restare nelle tue vecchie ferite o lasciarti trasformare da Lui? Preghiamo.