Gesù è risorto (Marco 15:42-16:8)

Introduzione

Diversi anni fa ho visto un film intitolato “The Body” (“Il corpo”), che raccontava la scoperta di una tomba che qualcuno ipotizzava potesse essere quella di Gesù. Nel film si cercava di capire se fosse possibile trovare davvero il corpo di Gesù oppure se, trovando la tomba vuota, si potesse confermare l’ipotesi della resurrezione.

Il brano di oggi affronta proprio questi temi: la morte, la sepoltura e la resurrezione di Gesù. Ma lo fa partendo dalla Scrittura, che è la rivelazione di Dio. La Bibbia non si limita a raccogliere testimonianze umane, ma ci presenta la prospettiva di Dio. Le testimonianze ci sono, ma sono confermate dall’autorità della Parola che rivela il pensiero di Dio in tutta la storia biblica.

Questo brano ci mostra due grandi verità.

La prima è che quella di Gesù è

 
  1. Una morte che promuove vita.

    Nel racconto troviamo diversi protagonisti: Giuseppe d’Arimatea, Pilato, il centurione ai piedi della croce, le donne che avevano seguito Gesù fin dall’inizio del suo ministero e, infine, l’angelo che parlerà loro davanti alla tomba vuota.

    Marco ci presenta in particolare la trasformazione di Giuseppe d’Arimatea. Giuseppe era un uomo importante, membro stimato del consiglio giudaico. In qualche modo potremmo paragonarlo a Nicodemo, poiché anche lui aveva compreso qualcosa su Gesù, ma fino a quel momento non si era mai esposto pubblicamente.

    Il Vangelo ci dice che Giuseppe aspettava il regno di Dio e che non aveva approvato la decisione di uccidere Gesù. Aveva creduto in Gesù e, insieme a Nicodemo, andò da Pilato per chiedere il corpo di Gesù, affinché potesse essere sepolto.

    Marco sottolinea un particolare importante: Giuseppe si fece coraggio e andò da Pilato. Per noi può sembrare una cosa normale, ma non lo era affatto, poiché secondo la legge romana, i condannati alla croce spesso non ricevevano sepoltura. Inoltre, andando da Pilato, Giuseppe si esponeva pubblicamente.

    Eppure, il testo dice: “Che si fece coraggio, si presentò a Pilato e gli chiese il corpo di Gesù”.

    Doveva farlo prima del tramonto, perché con l’inizio del sabato non sarebbe più stato possibile seppellire il corpo. Giuseppe esce così dalla sua posizione di discrezione e di prudenza. Esce dalla sua “zona di comfort”, potremmo dire.

    Perché lo fa? Perché la grazia di Dio lo aveva toccato. Non era più solo un simpatizzante di Gesù, ma era diventato un discepolo trasformato dalla potenza dello Spirito Santo.

    Lo stesso accade al centurione ai piedi della croce. Quando Gesù muore e il velo del tempio si squarcia, il centurione esclama: “Veramente quest’uomo era il Figlio di Dio”.

    La morte di Gesù produce vita. Produce fede. Lo vediamo nel centurione, in Giuseppe d’Arimatea, nel ladrone sulla croce e anche in Nicodemo, che si unisce a Giuseppe portando mirra e aloe per la sepoltura di Gesù.

    In un certo senso, era ciò che aveva intuito anche la donna di Betania quando aveva versato il profumo sul capo di Gesù, anticipando simbolicamente la sua sepoltura.

    Solo la morte di Gesù poteva produrre una trasformazione così profonda. E quella stessa morte continua a dare vita a tutti coloro che credono in lui, compresi noi.

    L’altro tema di questo brano è che quella di Gesù è

 

2. Una resurrezione che produce fedeltà.

Nel racconto troviamo anche le donne che avevano seguito e servito Gesù fin dall’inizio del suo ministero. Lo hanno seguito fino alla croce e ora assistono anche alla sua sepoltura.

Il testo dice che guardavano dove veniva messo il corpo. Poi comprano degli aromi per andare a ungere il corpo di Gesù. La mattina presto vanno al sepolcro con una sola preoccupazione:
“Chi rotolerà la pietra dall’ingresso del sepolcro?”

Queste donne sono rimaste fedeli al loro Maestro fino alla fine. E continuano ad esserlo anche dopo la sua morte.

Quando arrivano, però, trovano la pietra rotolata. Entrano e vedono un angelo. Sono spaventate, soprattutto perché il corpo di Gesù non c’è.

L’angelo allora dice loro:
“Non vi spaventate. Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso. Egli è risorto, non è qui.”

Fratelli, quanto è importante la fedeltà.

Essere fedeli significa dedicarsi davvero alla chiamata che Dio ci ha rivolto. Significa smettere di mettere al centro noi stessi e imparare a vivere per il Signore e per gli altri.

Queste donne avevano seguito e servito Gesù con fedeltà. Erano disposte a dare tutto per lui, persino la vita.

Eppure, quando trovano il sepolcro vuoto, vanno nel panico. Temono che qualcuno abbia portato via il corpo del loro Maestro. In quel momento non ricordano le parole di Gesù, quando aveva annunciato che sarebbe stato arrestato, crocifisso e poi sarebbe risorto.

Nemmeno quando l’angelo glielo ricorda:
“Egli è risorto, non è qui”.

L’angelo aggiunge anche:
“Andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che vi precede in Galilea; là lo vedrete.”

Eppure, il testo dice che le donne fuggono dal sepolcro tremanti e spaventate e non dicono nulla a nessuno, perché hanno paura.

Marco ci mostra così che la fede nel Cristo risorto è ciò che trasforma davvero il cuore e rende la fede completa. L’annuncio dell’angelo richiama la promessa che Gesù aveva fatto ai discepoli: che li avrebbe preceduti in Galilea.

Quella di Gesù è una parola di grazia. Una parola che ricorda che Dio mantiene le sue promesse, anche quando i suoi servi sono fragili, timorosi o falliscono.

La morte e la resurrezione di Cristo ci ricordano che l’opera di Dio va avanti nonostante le nostre debolezze.

Conclusione

E questo è anche un richiamo per noi oggi. Viviamo in un tempo in cui spesso la fedeltà viene meno: nella dottrina, nella testimonianza, nell’impegno cristiano. Molti credenti rischiano di scivolare verso il disimpegno, l’individualismo o una fede solo teorica.

Per questo abbiamo bisogno di imparare dalla fedeltà di queste donne e, soprattutto, di invocare l’opera trasformante di Dio nella nostra vita.

Gli uomini e le donne di questo racconto sono stati cambiati dalla grazia di Dio. Hanno incontrato Cristo e la loro vita è stata trasformata.

La domanda allora è molto semplice: che cosa vuoi fare della tua vita?

Vuoi lasciarti toccare da questa grazia e seguire Cristo con tutto il cuore?
Oppure vuoi continuare a vivere una fede distante e disimpegnata? Preghiamo.

 
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Rigettiamo la normalizzazione (Marco 15:1-41)